In SuperSalute con la Zuppa di Miso

Questo piatto è considerato un vero e proprio “super food”, rimedio naturale per eccellenza. La zuppa di miso è un piatto orientale con forti proprietà antinfiammatorie oltre che essere un portento energetico. L’elemento principale di questa zuppa è il miso, ovvero un prodotto lungamente fermentato a base di soia, cereali, acqua, sale e fermenti. La fermentazione del miso, e in ogni caso la fermentazione di alimenti vegetali in generale, rappresenta una forma di predigestione, che rende gli alimenti più digeribili e arricchisce la nostra flora intestinale di enzimi utili al processo digestivo. In Giappone il miso è consumato quotidianamente e, da secoli è stata riconosciuta la sua efficacia per rafforzare l’intestino e la flora intestinale.

Ecco le proprietà che ne fanno un super food: e’ una fonte molto ricca di proteine, sali minerali, è alcalinizzante quindi aiuta a neutralizzare l’eccesso di acidità del nostro organismo, e’ ricco di vitamine soprattutto del gruppo B ed ha il potere di smuovere i ristagni all’interno dell’intestino intervenendo su punti di dilatazione o gonfiore grazie ai fermenti vivi in esso contenuti che nutrono la flora batterica e rafforzano le difese immunitarie. Rappresenta infine un grande aiuto nella prevenzione di ipertensione e di  eccesso di colesterolo.

RICETTA

Ingredienti per quattro persone: 1 cipolla, 1 carota, 3-4 foglie verdi (broccolo, ravanello, porro, sedano, prezzemolo, cipollotto, cavolo cinese, cime di rapa, catalogna), 5 cm di alga wakame, 5-6 tazze d’acqua, 1 cucchiaio di miso per persona, succo di zenzero. Preparazione: mettere in ammollo l’alga wakame per 10 minuti circa. Far bollire l’acqua e tagliare le verdure sottili . Buttare le verdure e l’alga tagliata a striscioline e cuocere con coperchio per cinque 10 minuti. Sciogliere il miso con un po’ d’acqua di cottura e aggiungerlo, mescolare e spegnere. Aggiungere qualche goccia di succo di zenzero e servire. Il miso non va cotto per evitare di uccidere i fermenti e di enzimi presenti.

Provate a rendere questa zuppa compagna di piatti più o meno sostanziosi o alleata quotidiana di salute e ne trarrete tanti benefici.

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LA FELICITA’ COMBATTE L’INFIAMMAZIONE

La Felicità è una ricerca.

Roberto Benigni.

A capire che una persona felice sta meglio di una triste non ci vuole un genio; dal punto di vista emotivo, almeno. Per quanto riguarda il punto di vista fisiologico, già dal 2001 Rita Levi Montalcini aveva evidenziato che le emozioni e lo stato emotivo dell’individuo, potessero avere un’influenza importante sulla risposta infiammatoria e allergica dell’organismo. La citochina nota come NGF (Nerve Growth Factor) che le è valsa il premio Nobel entra infatti in circolo quando l’organismo si trova in un momento percepito come in qualche modo rischioso. Può trattarsi di una guerra in corso, di un trasloco emotivamente vissuto in maniera strana, di un momento di stress acuto o altro. La particella immunologica innalza i livelli di istamina facilitando la reazione allergica che può dunque comparire in maniera apparentemente anomala in un momento in realtà di delicata transizione del singolo. Oggi il rapporto tra stato emozionale e infiammatorio viene spiegato in maniera differente da uno studio condotto ad Aichi, in Giappone, presso il Department of Cerebral Research del National Institute for Physiological Sciences (Istituto Nazionale per le Scienze Fisiologiche), da Matsunaga M et al. (Neuro Endocrinol Lett. 2011;32(4):458-63). L’esperimento condotto in tal sede ha coinvolto 160 partecipanti sani che si sono stati separati, in base alle dichiarazioni personali in un gruppo ad “alta felicità” e in un gruppo a “bassa felicità”. Ai due gruppi sono stati poi valutati nel sangue i livelli di IFN-gamma, notoriamente pro infiammatorio. Il risultato di questa prima parte dello studio è già di per sé fantastico, anche se per certi versi già sospettabile essendo l’IFN-gamma da tempo noto per evocare sensazioni legate alla depressione, agendo a livello centrale. Nello studio, i livelli della molecola nel sangue di chi si sentiva “altamente felice” risultavano nettamente inferiori rispetto a quelli del secondo gruppo. Lo studio non si ferma qui e prosegue: la seconda parte dello stesso ha analizzato sette “amorevoli coppie” che si sono viste testare i livelli della citochina proinfiammatoria prima e dopo essersi “toccati affettuosamente”. I livelli erano diminuiti tra il prima e il dopo. Questo è il vero punto focale: lo stato infiammatorio cambia con lo stato di benessere psichico, e soprattutto lo stato di benessere psichico può essere modificato. In questo caso l’elemento atto a modificare il livello di felicità percepita dall’individuo è il contatto con il partner. Per altri potrebbe essere la danza, una canzone, una chiacchierata amichevole, un sorriso indotto dall’aver ricordato qualcosa di bello o per cui ringraziare. Farsi del bene può essere più facile di quanto si immagini e se è vero che la propria emozionalità può influire in senso reattivo sul sistema immunitario, è bello e rassicurante sapere che una cosa semplice come la carezza del proprio partner possa fare così tanto per un benessere che è fisiologico e scientificamente dimostrato e dimostrabile. Così si invitano le coppie amorevoli a “toccarsi” più spesso, soprattutto se allergiche, e tutti a sorridere di più, dando il giusto valore alla propria sensazione di felicità.

Dr. Massimo Gualerzi, Medico Cardiologo, fondatore di SuperSalute.

 

L’INFIAMMAZIONE KILLER

Il Diabete, le malattie cardiovascolari e il tumore hanno un denominatore comune: l’infiammazione cronica. E’ un fuoco nemico che, pur se invisibile ad occhio nudo, ha un ruolo determinante nello sviluppo di queste patologie. Tanto che anche dalla biologia molecolare arriva un monito per fare attività fisica regolaremangiare sano ed evitare di «mettere su pancia».

L’accumulo di grasso, infatti, soprattutto a livello del giro vita (oltre 94-95 cm nell’uomo e 80-82 cm nella donna) scatena un’infiammazione cronica di basso grado che attiva una serie di processi che conducono al diabete e alle malattie cardiovascolari. Ma anche al tumore. Un ruolo chiave nello sviluppo del diabete di tipo 2 è svolto da «Rankl», una proteina pro-infiammatoria in grado di attivare il fattore di trascrizione NF-kB, uno dei principali attori dell’infiammazione stessa.

E’ la scoperta, giunta a coronamento di un ventennio di studi, presentata da Stefan Kiechl, neurologo di Innsbruck, in Austria, nell’ambito delle «lectures» organizzate dalla Fondazione Sigma-Tau, prima a Roma e poi a Milano, con il patrocinio della Sid, la Società italiana di diabetologia. L’infiammazione alla quale si riferisce Kiechl è molto più subdola di quelle acute e più evidenti, come una flebite oppure una scottatura presa al sole. «E’ un fenomeno occulto – spiega Enzo Bonora, ordinario di Endocrinologia all’Università di Verona e presidente della Sid – ed è per questo motivo ancora più dannoso. Si instaura lentamente e continua per decenni, anche per tutta la vita. Scatenata dall’iperglicemia, ma anche da un eccesso di grassi circolanti nel sangue, l’infiammazione cronica, infatti, danneggia tessuti, organi e apparati, sia nella loro struttura anatomica sia nelle funzioni fisiologiche. Ha insomma – aggiunge – effetti sistemici sull’intero organismo».

A livello dei vasi, per esempio, modifica la loro struttura, ma anche la capacità di produrre sostanze vaso-dilatanti e anti-trombotiche, favorendo così lo sviluppo e la successiva rottura di placche aterosclerotiche, così come la formazione di trombi sulle placche che portano a infarto e ictus. Sul versante metabolico, poi, l’infiammazione può determinare un’alterata secrezione di insulina e può anche ridurre l’effetto biologico dell’ormone. In pratica questa infiammazione rappresenta l’anello di congiunzione tra il diabete e le malattie cardiovascolari.

E tra i protagonisti assoluti di questo processo c’è l’NFkB, un fattore di trascrizione che regola l’espressione di molti geni (stimolandone alcuni e silenziandone altri) e che svolge la sua azione in una sorta di «stanza dei bottoni», posta al crocevia di vie metaboliche di importanza fondamentale non soltanto per i processi che conducono all’aterosclerosi, ma anche alla crescita tumorale. Al momento nella pratica clinica non è possibile «misurare» l’NFkB, ma è possibile dosare nel sangue i livelli di «Rankl», una proteina che, legandosi al suo recettore («Rank»), va ad attivare proprio l’NFkB, il quale, a sua volta, determina e poi mantiene questa infiammazione cronica. Lo studio condotto da Kiechl – in collaborazione con le Università di Verona, Roma, Erlangen, Cambridge e Boston – ha messo in particolare evidenza questo specifico aspetto. Il prossimo passo consisterà nel verificare se l’inibizione della proteina «Rankl» sia realmente in grado di proteggere dal diabete e dalle malattie cardiovascolari.

Il trattamento antinfiammatorio  è di fatto già una realtà, perché molti dei farmaci comunemente in uso per il diabete e per la prevenzione delle malattie cardiovascolari hanno proprietà antinfiammatorie. La sfida da affrontare nei prossimi anni, però, è quella di ideare possibili interventi antinfiammatori specifici.  Alcune soluzioni promettenti, parte delle quali sono oggetto di studi già in corso, sono, per esempio, il salsalato (un vecchio farmaco contro l’artrite) oppure i farmaci anti-«Rankl» e anti-«Ikk». Ci sono poi il metotrexato (che è un immunosoppressore) e gli inibitori di Lp-Pla2, oltre a una serie di interventi mirati a ridurre i depositi di ferro nel corpo e a modificare il microbioma intestinale, vale a dire la flora batterica che è caratteristica di ogni individuo. Combattere l’infiammazione può migliorare il controllo del glucosio, ma anche contrastare le complicanze vascolari del diabete e, forse, anche le altre sue conseguenze, favorite da un ambiente pro-infiammatorio.

Esiste ormai un filone di ricerca specifico, che vede impegnati sia scienziati europei sia americani, che sta cominciando a fare luce sui meccanismi molecolari e apre la strada verso una possibile terapia mirata. Allo studio ci sono farmaci giudicati promettenti, ma le nuove terapie anti-infiammatorie dovrebbero anche agire sui principali fattori di stress che scatenano l’attivazione immunitaria e l’infiammazione: l’inattività fisica, il sovrappeso e la dieta (e cresce l’attenzione per le potenzialità legate alla modificazione del microbioma intestinale).

Ovviamente lo stile di vita salutare resta lo scudo più efficace. Visto che i tradizionali programmi di intervento sugli stessi stili di vita hanno riportato successi variabili ora l’attenzione si concentra via via su nuovi concetti a vasto raggio. E questi coinvolgono strategie per creare una maggiore consapevolezza dell’opinione pubblica. E i social network sono sempre più al centro di tutto.

Dott. Massimo Gualerzi, Cardiologo.