I CORTISONICI NATURALI

Le alternative naturali ai farmaci cortisonici ci sono. Esistono diversi studi a riguardo, soprattutto per quanto concerne l’azione di un potente cortisonico naturale: il ribes nero, cortisone naturale. Naturalmente, all’interno del discorso rientrano anche tutti i rimedi naturali importanti per il riequilibrio dell’infiammazione immunitaria e allergica, come l’assunzione di minerali come il manganese, il rame, lo zinco e il magnesio o altri prodotti fitoterapici come la curcuma e la boswellia.

Ma procediamo per ordine e vediamo insieme 3 alternative naturali ai farmaci cortisonici.

1) RIBES NIGRUM

Il ribes è un arbusto di cui esistono differenti qualità: esiste quello bianco, quello rosso e quello nero. Il ribes nero, in particolare, è considerato molto efficace nel trattamento delle allergie, di dolori articolari, reumatici, della fragilità capillare. Inoltre, stimola la corteccia surrenale e alza le difese immunitarie. In genere, come sostituto ai farmaci cortisonici, viene assunto sotto forma di tintura madre. Le gemme di Ribes nigrum agiscono sulla corteccia surrenale (è proprio questo che le rende simili al cortisone), inibiscono i processi infiammatori, la formazione di essudato e normalizzano i disordini immunitari dovuti a reazioni allergiche. Il consumo del frutto consente all’organismo di avere sempre in circolo una minima quantità di antinfiammatorio naturale. Compito della tintura madre sarà invece intervenire in situazioni che richiedono un risultato immediato. Si utilizza in genere per infiammazioni articolari, dermatiti, dermatosi, eczemi, sindromi allergiche acute, sindromi infiammatorie, congiuntiviti allergiche, riniti, riniti allergiche stagionali, parotite, orticarie allergiche, emicranie allergiche, cefalee.

Il cortisone naturale non è indicato per le persone ipertese, con pressione alta, in gravidanza e durante l’allattamento.

2) CURCUMA

Abbiamo parlato molte volte della curcuma come spezia e delle sue proprietà: secondo alcune ricerche è utile a prevenire il diabete, ma anche come antinfiammatorio naturale. La curcuma è una pianta dalle innumerevoli proprietà e l’estratto secco della sua radice è indicato come una valida alternativa al cortisone. La curcuma, come abbiamo detto, è infatti un potente antinfiammatorio, ma è anche utilizzata come antiallergico, stimolante della secrezione biliare e rimedio per prevenire l’Alzheimer. Secondo una ricerca, riportata dalla rivista Greenmed, la curcumina, principio attivo primario della curcuma, è importantissima per il trattamento dell’uveite, un’infiammazione dell’occhio, in genere curata con i cortisonici. Secondo lo studio, l’efficacia della curcumina è paragonabile nei risultati alla terapia con corticosteroidi, che è attualmente il trattamento standard disponibile per questa specifica malattia. La mancanza di effetti collaterali è inoltre il suo più grande vantaggio.

3) CARIOSPERMUM HALICACABUM

Il cardiospermum halicacabum è una pianta della famiglia delle Saponiere che produce piccoli fiori banchi. I semi, della grossezza dei grani di pepe dal colore marrone scuro, hanno un interno bianco chiamato cardiospermum. Tipica dell’India, Sud America ed Africa, è molto conosciuta per alcune delle sue proprietà benefiche. L’estratto vegetale di questa pianta, ad esempio, sembra abbia proprietà antiallergiche e antinfiammatorie in virtù di un effetto simile a quello del cortisone. Sembra inoltre che allevi il prurito e riduca le infiammazioni cutanee. Il vantaggio fondamentale di questo estratto naturale è la sua elevata tollerabilità, anche nei casi di utilizzo prolungato nel tempo. I principi attivi responsabili dell’effetto simile a quello del cortisone sono i fitosteroli contenuti nelle sommità fiorite e che manifestano un’azione antinfiammatoria, antipruriginosa e in grado di stabilizzare le membrane cellulari di pelli e mucose che, in caso di dermatiti, risultano essere meno reattive. L’applicazione topica di Cardiospermum halicacabum garantisce una buona attività antiflogistica ed ha un effetto lenitivo sulla reazione irritativa. Ad oggi, le preparazioni a base di questa pianta sono principalmente utilizzate per il trattamento di dermatiti infiammatorie, orticarie, eczemi e punture di insetto.

Naturalmente, esiste una metodologia di cure alternative per molte patologie. Spesso, i disturbi che ha il nostro organismo sono considerati il risultato di uno squilibrio funzionale dovuto a errori nello stile di vita, effetti ambientali, predisposizione a malattie. Proprio per la presenza di questa complessità di fattori, è sempre necessario consultare uno specialista che possa comprendere al meglio ciò di cui il nostro specifico organismo ha bisogno, ciò che non tollera e ciò che invece gli può fare bene, per trovare insieme delle cure alternative che non contengano gli stessi effetti collaterali dei più tradizionali medicinali, come il cortisone.

Dott. Massimo Gualerzi, Cardiologo.

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BISCOTTI SUPER SALUTE

Come promesso in uno dei recenti articoli del nostro blog ecco una ricetta per condividere in famiglia una colazione non solo sana ma anche gustosa, in poche semplici mosse!

Ingredienti:

160 gr farina integrale Dolcevitafood;

100 gr  farina di avena;

150 gr farina di mandorle/nocciole;

50 gr semi di chia (frullati);

1 cucchiaino di cremortartaro (facoltativo);

1 punta di cannella;

1 punta di noce moscata;

150 gr succo d’agave;

75 gr olio di girasole/mais;

Preparazione:

In una boule mescolare tutti gli ingredienti secchi,  i liquidi a parte in un frullatore. Appena i liquidi sono pronti aggiungere agli ingredienti secchi ed iniziare ad impastare, prima nella boule e dopo per comodità sul tavolo da lavoro. Formare una palla e lasciare riposare 1/2 ore in frigo. Stendere con il mattarello una sfoglia (tra due fogli di carta da forno) alta 4 mm. Prendere uno stampo per biscotti e ricavarne tanti “tondini”. Mettere su una teglia e infornare (forno già a temperatura) a 160° per 10 min.

Gustare!

LA COLAZIONE SUPER SALUTE PER I BAMBINI

La prima colazione è un pasto molto importante della giornata: sbagliatissimo saltarla o farla di fretta, senza dedicarle il giusto tempo e la dovuta attenzione nella scelta degli alimenti. Questo pasto infatti, deve coprire il 20% del fabbisogno calorico giornaliero. Diversi studi ci confermano che se i bambini non fanno una corretta colazione, li esponiamo a un maggior rischio di obesità, dovuto ad un maggior senso di fame che li porta ad assumere un apporto calorico maggiore nei pasti successivi.

Inoltre la scuola richiede un certo consumo di energia: bisogna quindi provvedere a riserve glucidiche per non arrivare in deficit con perdita di concentrazione e ridotta capacità mnemonica.

E’ importante dire NO a una colazione “lampo” con merendine confezionate, troppo ricche di grassi-spazzatura e con pochi nutrienti. Meglio qualche minuto in meno di sonno per guadagnarci in salute con una buona prima colazione: nutriente ma leggera e facilmente digeribile, ricca di vitamine e minerali, in grado di fornire tutta l’energia che serve al bambino durante la mattinata.

La giusta colazione è composta soprattutto da carboidrati e in minima parte da grassi e proteine. Inoltre deve essere considerato anche l’apporto in fibre. Queste insieme ai carboidrati complessi esercitano un effetto saziante maggiore evitando l’ipoglicemia reattiva. Infatti una colazione ricca di zuccheri semplici determina un’iperglicemia con conseguente ipoglicemia reattiva dovuta ad un innalzamento repentino di insulina. Ciò significa che dopo poco tempo dalla prima colazione il bambino avrà di nuovo fame, con perdita di energia, che lo porterà sia ad avere un basso rendimento a scuola con perdita di concentrazione, sia a voler mangiare cibi ricchi in zuccheri e grassi, spesso cibi-spazzatura magari alle macchinette, a metà mattina.

Ecco un esempio di colazione SuperSalute: una tazza di quinoa solubile da aggiungere a latte di riso/avena/soia o yogurt di soia bianco, frutta fresca (anche macedonia), frutta secca tritata (noci, mandorle) e frutta seccata (more, lamponi, bacche), semi oleaginosi (lino, chia) e del buon cioccolato fondente (minimo al 70%) in scaglie. Per dolcificare il tutto e renderlo gustoso per i bambini potete utilizzare sciroppo d’acero.

Di fondamentale importanza (sia per adulti che per bambini) è assumere dei liquidi a stomaco vuoto prima di effettuare la colazione . Meglio optare per dell’acqua o una buona tisana, eliminando succhi di frutta zuccherati. Da provare sono anche delle semplici tisane fatte in casa con frutta fresca e delle spezie (ad esempio arancia e cannella o limone e zenzero). L’assunzione di liquidi apporta diversi benefici, in primis l’apparato gastroenterico è vuoto quindi l’acqua passa e pulisce. Mantenere un intestino pulito è importante per prevenire diverse patologie. Inoltre l’acqua prima del pasto favorisce la digestione inducendo i movimenti peristaltici, ovvero i movimenti che permettono l’avanzamento del chimo alimentare.

La prima colazione è anche un momento di condivisione e di relazione: sarebbe quindi meglio che entrambi i genitori si sedessero a tavola con il bambino, consumando il pasto con la dovuta calma (almeno un quarto d’ora è necessario). Sembra impossibile fare questo con i ritmi frenetici della vita di oggi, ma in realtà, se ci si organizza e si prende l’abitudine, non è poi così difficile! Per risparmiare tempo si dovrebbe abituare il proprio figlio a lasciare le cose per la scuola pronte dalla sera prima: lo zainetto con il materiale scolastico, l’abbigliamento e le scarpe per il giorno dopo, ad esempio.

Vista l’importanza e i vantaggi di una buona prima colazione, ne vale proprio la pena!

Chiunque abbia figli conosce le difficoltà pratiche e psicologiche dell’inserire alcuni alimenti salutari nelle abitudini alimentari dei propri figli e per questo motivo nei prossimi articoli descriveremo alcune semplici ma gustose ricette per rendere non solo sani ma anche accattivanti le loro colazioni. Anticipiamo un messaggio fondamentale: per insegnare la SuperSalute ai propri figli, un buon esempio vale più di mille parole.

Le corrette abitudini alimentari e l’atteggiamento positivo della famiglia verso l’alimentazione in genere sono il primo modello, e anche il più convincente, che il bambino coglierà al di la di qualsiasi indicazione verbale.

Non c’è consiglio migliore di un buon esempio!

 

 

 

 

 

 

SE IL SISTEMA IMUNITARIO FUNZIONA MALE BASTA RINGIOVANIRE LE CELLULE

Quello che mangiamo ha un’influenza sul processo d’invecchiamento. Queste le conclusioni di un nuovo studio condotto dai ricercatori dell’University College London (UCL) – con il supporto del Biotechnology and Biological Sciences Research Council (BBSRC) – che hanno dimostrato proprio come l’interazione tra la dieta, il metabolismo e l’immunità siano coinvolti nel processo d’invecchiamento dell’organismo che, spesso, si traduce in una minore efficienza del sistema immunitario. Questa condizione espone maggiormente le persone al rischio di condizioni come l’infiammazione, le infezioni e malattie come il cancro.
Agire dunque sulla dieta, secondo i ricercatori, potrebbe contribuire a rendere più efficaci le terapie esistenti che agiscono sul sistema immunitario.

È ormai assodato che con l’avanzare dell’età il nostro sistema immunitario perde i colpi, e non è più efficiente come un tempo.Non a caso, le persone anziane sono più soggette alle infezioni e a sviluppare malattie causate dall’infiammazione. In più, anche le vaccinazioni diventano meno efficienti con l’età.
Già in precedenti ricerche, finanziate dal BBSRC, il team di ricerca UCL coordinato dal professor Arne Akbar aveva dimostrato che l’invecchiamento delle cellule del sistema immunitario – note come linfociti T – era controllato da una molecola chiamata “p38 MAPK”, la quale agisce a mo’ di freno, impedendo alcune funzioni cellulari. Questa azione di freno può essere tuttavia invertita mediante un inibitore della p38 MAPK. I ricercatori ritengono che l’inibizione della molecola offra la possibilità di ringiovanire con un trattamento farmacologico le cellule T invecchiate.

Ma la ricerca, ora, è andata oltre. Si è infatti scoperto che p38 MAPK è attivata da bassi livelli di nutrienti – insieme a segnali associati con l’età, o la senescenza – all’interno della cellula.
La scoperta conferma quanto già sospettato da tempo, ossia che la dieta, il metabolismo e l’immunità sono collegati. E i risultati di questo studio – pubblicato su Nature Immunology – forniscono le prove di come nutrienti e segnali di senescenza convergano per regolare la funzione dei linfociti T. Inoltre, suggeriscono che la funzione dei vecchi linfociti T può essere ricostituita bloccando una delle diverse molecole coinvolte nel processo.
Per questa ricerca, il team dell’UCL ha lavorato insieme ai colleghi del Complejo Hospitalario de Navarra di Pamplona (Spagna).

Il The Journal of Clinical Investigation ha poi pubblicato i risultati un altro nuovo studio – condotto sempre dai ricercatori dell’UCL, in collaborazione con quelli dell’Università di Oxford e dell’Università Tor Vergata di Roma – in cui si è dimostrato come il blocco di p38 MAPK abbia potenziato la capacità delle cellule che avevano mostrato segni di invecchiamento, migliorato la funzione dei mitocondri e migliorato la loro capacità di dividersi.

Il riciclo di molecole intracellulari – un processo noto come autofagia – ha poi fornito l’energia supplementare alle cellule affinché potessero dividersi. Questo mette in evidenza l’esistenza di una via di segnalazione comune per i vecchi e senescenti linfociti T, che controlla la loro funzione immunitaria, così come il metabolismo. Tutto questo sottolinea ulteriormente l’intima associazione tra l’invecchiamento e il metabolismo dei linfociti T.

«La nostra speranza di vita alla nascita – spiega il dott. Arne Akbar – è divenuta ormai il doppio di quanto non fosse 150 anni fa, e la durata della vita è in aumento. I costi sanitari associati con l’invecchiamento sono enormi e ci sarà un numero sempre maggiore di anziani nella nostra società che avranno una minore qualità della vita dovuta in parte al declino immunitario. E’ pertanto essenziale comprendere le ragioni del perché l’immunità si abbassa e se è possibile contrastare alcuni di questi cambiamenti».

«Una questione importante – prosegue Akbar – è se questa conoscenza può essere utilizzata per migliorare l’immunità durante l’invecchiamento. Molte aziende farmaceutiche hanno già sviluppato inibitori della p38 nel tentativo di curare le malattie infiammatorie. Una nuova possibilità per il loro uso è che questi composti potrebbero essere utilizzati per migliorare l’immunità nei soggetti anziani. Un’altra possibilità è che la dieta, invece di un intervento farmacologico, potrebbe essere utilizzata per migliorare l’immunità, dato che metabolismo e senescenza sono due facce della stessa medaglia».

Dr. Massimo Gualerzi, Medico Cardiologo.

La Stampa 26/08/2014

 

CIBO SPORT E CANCRO

Il Fondo Mondiale per la Ricerca sul Cancro (WCRF), la cui missione è di promuovere la prevenzione primaria dei tumori attraverso la ricerca e la divulgazione della conoscenza sulle loro cause, ha concluso un’opera ciclopica di revisione di tutti gli studi scientifici sul rapporto fra alimentazione e tumori.

Vi hanno contribuito oltre 150 ricercatori, epidemiologi e biologi, di circa cinquanta centri di ricerca fra i più prestigiosi del mondo. L’Istituto Nazionale dei Tumori ha gestito la sezione sui tumori della mammella, dell’ovaio e della cervice uterine. Il volume, disponibile su www.dietandcancerreport.org, è molto prudente nelle conclusioni, che riassumono in 10 raccomandazioni solo i risultati più solidi della ricerca scientifica.

Di tutti i fattori che si sono dimostrati associati ad un maggior rischio di cancro, quello più solidamente dimostrato è il sovrappeso: le persone grasse si ammalano di più di tumori della mammella, dell’endometrio, del rene, dell’esofago, dell’intestino, del pancreas, e della cistifellea. Di qui la prima raccomandazione di mantenersi snelli per tutta la vita e di evitare i cibi ad alta densità calorica, cioè i cibi ricchi di grassi e di zuccheri, che più di ogni altro favoriscono l’obesità: in primo luogo quelli proposti nei fast food e le bevande zuccherate.

La vita sedentaria è un’altra causa importante di obesità, ma è una causa di cancro anche indipendentemente dall’obesità: gli studi epidemiologici hanno evidenziato che le persone sedentarie si ammalano di più di cancro dell’intestino, della mammella, dell’endometrio, e forse anche del pancreas e del polmone.

Altri fattori che un gran numero di studi coerentemente indicano come cause importanti di cancro includono: il consumo di bevande alcoliche, associato ai tumori del cavo orale, della faringe, della laringe, dell’intestino, del fegato e della mammella; il consumo di carni rosse, soprattutto di carni conservate, associato soprattutto al cancro dell’intestino, ma probabilmente anche ai tumori dello stomaco, e sospettato per i tumori dell’esofago, del pancreas, del polmone e della prostata; il consumo elevato di sale e di cibi conservati sotto sale, associati al cancro dello stomaco; il consumo elevato di calcio, probabilmente associato al cancro della prostata; il consumo di cereali e legumi contaminati da muffe cancerogene, responsabili del cancro del fegato; la contaminazione con arsenico dell’acqua da bere, responsabile di tumori del polmone e della pelle; il consumo di supplementi contenenti beta-carotene ad alte dosi, che fanno aumentare l’incidenza di cancro del polmone nei fumatori.

Sul latte e i latticini e, in generale, sui grassi animali gli studi sono molto contrastanti e non conclusivi: il consumo di latte sembrerebbe ridurre i tumori dell’intestino, che sarebbero però aumentati dal consumo di formaggi, e un consumo elevato di grassi aumenterebbe sia i tumori del polmone che i tumori della mammella; si tratta di aumenti di rischio modesti ma, data l’elevata frequenza di questi tumori, tutt’altro che trascurabili.

Un ulteriore fattore importante considerato nel volume è l’allattamento, che riduce il rischio di cancro della mammella, e forse dell’ovaio, per la donna che allatta, e riduce il rischio di obesità in età adulta per il bambino che viene allattato.

Ma veniamo alle raccomandazioni:

1) Mantenersi snelli per tutta la vita. Per conoscere se il proprio peso è in un intervallo accettabile è utile calcolare l’Indice di massa corporea (BMI = peso in Kg diviso per l’altezza in metri elevata al quadrato: ad esempio una persona che pesa 70 kg ed è alta 1,74 ha un BMI = 70 / (1,74 x 1,74) = 23,1.), che dovrebbe rimanere verso il basso dell’intervallo considerato normale (fra 18,5 e 24,9 secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità).

2) Mantenersi fisicamente attivi tutti i giorni. In pratica è sufficiente un impegno fisico pari a una camminata veloce per almeno mezz’ora al giorno; man mano che ci si sentirà più in forma, però, sarà utile prolungare l’esercizio fisico fino ad un’ora o praticare uno sport o un lavoro più impegnativo. L’uso dell’auto per gli spostamenti e il tempo passato a guardare la televisione sono i principali fattori che favoriscono la sedentarietà nelle popolazioni urbane.

3) Limitare il consumo di alimenti ad alta densità calorica ed evitare il consumo di bevande zuccherate. Sono generalmente ad alta densità calorica i cibi industrialmente raffinati, precotti e preconfezionati, che contengono elevate quantità di zucchero e grassi, quali i cibi comunemente serviti nei fast food. Si noti la differenza fra “limitare” ed “evitare”. Se occasionalmente si può mangiare un cibo molto grasso o zuccherato, ma mai quotidianamente, l’uso di bevande gassate e zuccherate è invece da evitare, anche perché forniscono abbondanti calorie senza aumentare il senso di sazietà.

4) Basare la propria alimentazione prevalentemente su cibi di provenienza vegetale, con cereali non industrialmente raffinati e legumi in ogni pasto e un’ampia varietà di verdure non amidacee e di frutta. Sommando verdure e frutta sono raccomandate almeno cinque porzioni al giorno (per circa 600g); si noti fra le verdure non devono essere contate le patate.

5) Limitare il consumo di carni rosse ed evitare il consumo di carni conservate. Le carni rosse comprendono le carni ovine, suine e bovine, compreso il vitello. Non sono raccomandate, ma per chi è abituato a mangiarne si raccomanda di non superare i 500 grammi alla settimana. Si noti la differenza fra il termine di “limitare” (per le carni rosse) e di “evitare” (per le carni conservate, comprendenti ogni forma di carni in scatola, salumi, prosciutti, wurstel), per le quali non si può dire che vi sia un limite al di sotto del quale probabilmente non vi sia rischio.

6) Limitare il consumo di bevande alcoliche. Non sono raccomandate, ma per chi ne consuma si raccomanda di limitarsi ad una quantità pari ad un bicchiere di vino (da 120 ml) al giorno per le donne e due per gli uomini, solamente durante i pasti. La quantità di alcol contenuta in un bicchiere di vino è circa pari a quella contenuta in una lattina di birra e in un bicchierino di un distillato o di un liquore.

7) Limitare il consumo di sale (non più di 5 g al giorno) e di cibi conservati sotto sale. Evitare cibi contaminati da muffe (in particolare cereali e legumi). Assicurarsi quindi del buon stato di conservazione dei cereali e dei legumi che si acquistano, ed evitare di conservarli in ambienti caldi ed umidi.

8) Assicurarsi un apporto sufficiente di tutti i nutrienti essenziali attraverso il cibo. Di qui l’importanza della varietà. L’assunzione di supplementi alimentari (vitamine o minerali) per la prevenzione del cancro è invece sconsigliata.

9)  Allattare i bambini al seno per almeno sei mesi.

10)  Nei limiti dei pochi studi disponibili sulla prevenzione delle recidive, le

raccomandazioni per la prevenzione alimentare del cancro valgono anche per chi si è già ammalato.

COMUNQUE NON FARE USO DI TABACCO

Dott. Massimo Gualerzi

Medico specilista in Cardiologia

CAFFE’: PROPRIETA’ ED EFFETTI

Del caffè e dei suoi effetti sull’organismo se ne sono sentite davvero di tutti i colori. C’è chi sostiene che la bevanda sia nemica del cuore e chi, al contrario, afferma che addirittura sia benefica in tal senso, aiutando a tenere sotto controllo le aritmie cardiache. Numerosi sono comunque stati, negli ultimi anni, gli studi sulle proprietà e gli effetti del caffè.

Tra gli effetti del caffè più studiati ci sono le sue proprietà antidolorifiche, dato che la caffeina potenzia l’azione dei classici analgesici, soprattutto nel contrastare il mal di testa. Grazie inoltre alle sue proprietà antiossidanti, dovute alla presenza di polifenoli, il caffè svolge anche un’azione preventiva sulle malattie cardiovascolari sullo scompenso cardiaco, sull’ipertensione, sulla riduzione della colesterolemia e sulle infiammazioni, sfatando quindi il mito del caffè pericoloso per il cuore.

Bisogna però ricordarsi che, solo qual ora il caffè venga preparato  lasciando la polvere in infusione nell’acqua (caffè americano) e assunto ad alte dosi, il passaggio nella soluzione di alcuni composti lipidici chiamati diterpeni può alzare i livelli di colesterolo nel sangue. Tuttavia, la tradizionale preparazione “all’italiana” del caffè – che non lascia in infusione la polvere nell’acqua ma ne estrae le essenze aromatiche – fa sì che i componenti dannosi non passano nella bevanda. In questo senso, è inutile chiedere il decaffeinato, dato che il processo per eliminare la caffeina lascia inalterati i diterpeni.

Gli effetti negativi del caffè su cuore e coronarie non sono mai state dimostrate su studi di popolazione, ma solo su alcuni gruppi di individui particolarmente sensibili alla caffeina, per i quali si evidenziano, oltre le 7-8 tazzine al giorno azione prevalentemente gastriche (acidità) o cronotrope (tachicardia). Ma bisogna ricordare appunto che, nella popolazione generale esista la dimostrazione di come l’assunzione del caffè sia addirittura inversamente correlato al rischio di sviluppare insufficienza cardiaca, ipertensione e dislipidemia  con grande beneficio dalle 4 tazzine in su!

Le persone che soffrono di acidità gastrica dovrebbero invece preferire il decaffeinato, anche se in questo caso sarebbe meglio eliminare dalla dieta tutte le bevande che contengono caffeina (come ad esempio la cola ma anche il tè), nonché diminuire il volume dei pasti e ridurre la quantità di bevande gassate e alcoliche.

Al contrario, le persone che fanno fatica a digerire troveranno giovamento dal classico caffè di fine pasto: stimola la produzione della bile e losvuotamento della cistifellea, e addirittura sembra possedere un effetto preventivo sulle malattie del fegato.

Chi soffre di mal di pancia o di stitichezza farebbe comunque bene ad evitare il caffè, considerati i suoi effetti negativi sull’intestino, tali da farcontrarre la muscolatura intestinale e da facilitare la perdita di liquidi tramite un’azione diuretica. Ragion per cui il caffè vanta anche un effetto lipolitico, cioè favorisce il dimagrimento: la caffeina stimola l’utilizzo dei grassi a scopo energetico e la termogenesi, aumentando la quantità di calorie  bruciate.

Il caffè ha effetti anche sul sistema nervoso. In particolare, le sue proprietà stimolanti lo rendono adatto nel dare una carica di energia e una rapida sveglia quando si desidera essere subito efficienti dopo una pausa. Effetti positivi del caffè si riscontrano anche sull’attenzione e sulla memoria, anche se in alcuni casi può provocare crisi d’ansia o palpitazioni intense. Chi è predisposto all’insonnia, invece, farebbe meglio a bere il decaffeinato.

Tornando agli effetti positivi, altri studi hanno invece confermato che il caffè svolge anche un’azione protettiva verso le malattie degenerative del sistema nervoso, come l’alzheimer e il parkinson.

In definitiva, si può affermare con sicurezza quello che molti amanti del caffè sospettano già da tempo: il caffè aiuta la salute del cuore e del sistema cardiovascolare. Può avere effetti invece controversi sullo stomaco e sul tubo digerente essendo utile per la digestione ma potenzialmente irritante la mucosa gastrica per chi soffre di gastrite. Infine sul sistema nervoso può, in dosi appropriate, stimolare l’apprendimento e la memoria contribuendo alla protezione delle malattie degenerative del sistema nervoso centrale, mentre una quantità maggiore può, soprattutto a chi è sensibile, indurre ansia e agitazione.

Di seguito alcuni Abstract di articoli sullo studio degli effetti del caffè.
J Am Coll Cardiol. 2013 Sep 17;62(12):1043-51.
Effects of habitual coffee consumption on cardiometabolic disease, cardiovascular health, and all-cause mortality.
O’Keefe JHBhatti SKPatil HRDiNicolantonio JJLucan SCLavie CJ.
Source
Mid America Heart Institute at Saint Luke’s Hospital of Kansas City and University of Missouri-Kansas City, Kansas City, Missouri. Electronic address:jokeefe@saint-lukes.org.
Abstract
Coffee, after water, is the most widely consumed beverage in the United States, and is the principal source of caffeine intake among adults. The biological effects of coffee may be substantial and are not limited to the actions of caffeine. Coffee is a complex beverage containing hundreds of biologically active compounds, and the health effects of chronic coffee intake are wide ranging. From a cardiovascular (CV) standpoint, coffee consumption may reduce the risk of type 2 diabetes mellitus and hypertension, as well as other conditions associated with CV risk such as obesity and depression; but it may adversely affect lipid profiles depending on how the beverage is prepared. Regardless, a growing body of data suggests that habitual coffee consumption is neutral to beneficial regarding the risks of a variety of adverse CV outcomes including coronary heart disease, congestive heart failure, arrhythmias, and stroke. Moreover, large epidemiological studies suggest that regular coffee drinkers have reduced risks of mortality, both CV and all-cause. The potential benefits also include protection against neurodegenerative diseases, improved asthma control, and lower risk of select gastrointestinal diseases. A daily intake of ∼2 to 3 cups of coffee appears to be safe and is associated with neutral to beneficial effects for most of the studied health outcomes. However, most of the data on coffee’s health effects are based on observational data, with very few randomized, controlled studies, and association does not prove causation. Additionally, the possible advantages of regular coffee consumption have to be weighed against potential risks (which are mostly related to its high caffeine content) including anxiety, insomnia, tremulousness, and palpitations, as well as bone loss and possibly increased risk of fractures.
Copyright © 2013 American College of Cardiology Foundation. Published by Elsevier Inc. All rights reserved
Circ Heart Fail. 2012 Jul 1;5(4):401-5. doi: 10.1161/CIRCHEARTFAILURE.112.967299. Epub 2012 Jun 26.
Habitual coffee consumption and risk of heart failure: a dose-response meta-analysis.
Mostofsky ERice MSLevitan EBMittleman MA.
Source
Cardiovascular Epidemiology Research Unit, Department of Medicine, Beth Israel Deaconess Medical Center, Harvard Medical School, Boston, MA 02215, USA.
Abstract
BACKGROUND:
There have been discrepant findings on the association between coffee consumption and risk of incident heart failure.
METHODS AND RESULTS:
We conducted a systematic review and a dose-response meta-analysis of prospective studies that assessed the relationship between habitual coffee consumption and the risk of heart failure. We searched electronic databases (MEDLINE, Embase, and CINAHL) from January 1966 through December 2011, with the use of a standardized protocol. Eligible studies were prospective cohort studies that examined the association of coffee consumption with incident heart failure. Five independent prospective studies of coffee consumption and heart failure risk, including 6522 heart failure events and 140 220 participants, were included in the meta-analysis. We observed a statistically significant J-shaped relationship between coffee and heart failure. Compared with no consumption, the strongest inverse association was seen for 4 servings/day and a potentially higher risk at higher levels of consumption. There was no evidence that the relationship between coffee and heart failure risk varied by sex or by baseline history of myocardial infarction or diabetes.
CONCLUSIONS:
Moderate coffee consumption is inversely associated with risk of heart failure, with the largest inverse association observed for consumption of 4 servings per day.
Comment in
Letter by Palatini regarding article, “Habitual coffee consumption and risk of heart failure: a dose-response meta-analysis”. [Circ Heart Fail. 2012

Pol Merkur Lekarski. 2013 Sep;35(207):133-5.
[The effect of coffee on blood pressure at healthy subjects].
[Article in Polish]
Bielesz KStrzelczyk WPoniewaz MSokołowski FWelsyng DRucińska MNawrocki S.
Source
Students’ Group in association with Department of Oncology, Medical University of Warmia and Mazury in Olsztyn, Poland.
Abstract
Coffee is one of the most popular beverages. Its stimulatory effects comes from the natural alkaloid- caffeine. Caffeine is the antagonist of the adenosine receptors A1 and A2. Caffeine acts chronotropic positive and increases heart action; inotropic positive and increases cardiac contraction; tronotropic positive and increases hearts muscular ton, brain’s vascular stenosis, vasodilatation of coronal vessels, renal vessels, muscular vessels and skin vessels. The aim of the study was determination of coffee effect on blood pressure in healthy subjects.
MATERIAL AND METHODS:
17 healthy subjects (age 22-44 years; median 22 years) was included. There were two experiments. Experiment 1: examined persons drank instant coffee with or without caffeine. Experiment 2: examined persons drank natural coffee with or without caffeine. The blood pressure and pulse were examined before coffee drinking and 15 and 30 minutes after (in experiment 1) and only 30 minutes after (in experiment 2).
RESULTS:
The blood pressure was increased on 10 mmHg or more in 9-40% of examined subjects in all groups, but there were no significant difference between groups. The pulse increased (10 or more per minute) was observed only in one person and decrease was observed in three who drank natural coffee with caffeine.
CONCLUSIONS:
In healthy subjects the blood pressure does not increased significantly after caffeine consumption. The consumption of caffeine in large doses may be harmful to some hypertensive or hypertension-prone subjects.
Caffeine does not increase the risk of atrial fibrillation: a systematic review and meta-analysis of observational studies.
Caldeira DMartins CAlves LBPereira HFerreira JJCosta J.
Source
Laboratory of Clinical Pharmacology and Therapeutics, Faculty of Medicine, University of Lisbon, Lisboa, Portugal. dgcaldeira@hotmail.com

Abstract
BACKGROUND:
Atrial fibrillation (AF) is the most prevalent sustained arrhythmia, and risk factors are well established. Caffeine exposure has been associated with increased risk of AF, but heterogeneous data exist in the literature.
OBJECTIVE:
To evaluate the association between chronic exposure to caffeine and AF.
DESIGN:
Systematic review and meta-analysis of observational studies.
DATA SOURCES:
PubMed, CENTRAL, ISI Web of Knowledge and LILACS to December 2012. Reviews and references of retrieved articles were comprehensively searched.
STUDY SELECTION:
Two reviewers independently searched for studies and retrieved their characteristics and data estimates.
DATA SYNTHESIS:
Random-effects meta-analysis was performed, and pooled estimates were expressed as OR and 95% CI. Heterogeneity was assessed with the I(2) test. Subgroup analyses were conducted according to caffeine dose and source (coffee).
RESULTS:
Seven observational studies evaluating 115 993 individuals were included: six cohorts and one case-control study. Caffeine exposure was not associated with an increased risk of AF (OR 0.92, 95% CI 0.82 to 1.04, I(2)=72%). Pooled results from high-quality studies showed a 13% odds reduction in AF risk with lower heterogeneity (OR 0.87; 95% CI 0.80 to 0.94; I(2)=39%). Low-dose caffeine exposure showed OR 0.85 (95% CI 0.78 to 92, I(2)=0%) without significant differences in other dosage strata. Caffeine exposure based solely on coffee consumption also did not influence AF risk.
CONCLUSIONS:
Caffeine exposure is not associated with increased AF risk. Low-dose caffeine may have a protective effect.
Nutr Metab (Lond). 2013 Oct 3;10(1):61. doi: 10.1186/1743-7075-10-61.
Coffee polyphenols exert hypocholesterolemic effects in zebrafish fed a high-cholesterol diet.
Meguro SHasumura THase T.
Abstract
BACKGROUND:
Hypercholesterolemia is an important risk factor for the development of coronary artery disease. Some dietary polyphenols, such as coffee polyphenols (CPPs), reduce cholesterol levels. The mechanism of this cholesterol-lowering effect is not fully understood, although 5-CQA, a major component of CPPs, reportedly inhibits cholesterol biosynthesis. Here, we investigated the mechanism of the cholesterol-lowering effect of CPPs on the basis of cholesterol metabolism-related gene expression in the liver. We also examined the effects of CPPs on vascular lipid accumulation in zebrafish with high cholesterol diet-induced hypercholesterolemia.
METHODS:
Over 14 weeks, adult zebrafish were fed a control diet, a high-cholesterol diet, or the latter diet supplemented with CPPs. To measure the extent of vascular lipid accumulation, for 10 days larval zebrafish (which are optically transparent) were fed these same diets with the addition of a fluorescent cholesteryl ester.
RESULTS:
In adult zebrafish, addition of CPPs to a high-cholesterol diet significantly suppressed the increase in plasma and liver cholesterol levels seen when fish ingested the same diet lacking CPPs. Transcription levels of the liver genes hmgcra (encoding 3-hydroxy-3-methylglutaryl-coenzyme A reductase A, a rate-limiting enzyme in cholesterol biosynthesis) and mtp (encoding microsomal triglyceride transfer protein, a lipid transfer protein required for assembly and secretion of lipoproteins) were significantly lower in fish fed the CPP-containing diet than in fish fed the unsupplemented high-cholesterol diet. In contrast, the expression level of the liver gene cyp7a1a (encoding the cytochrome P450 polypeptide 1a of subfamily A of family 7, a rate-limiting enzyme for bile acid biosynthesis) increased significantly upon consumption of the CPP-containing diet. In larval fish, accumulation of fluorescently labeled cholesterol in the caudal artery was greatly reduced on the CPP-containing diet.
CONCLUSIONS:
CPP ingestion suppressed cholesterol accumulation in the plasma, liver, and vascular system of zebrafish. Downregulation of cholesterol and lipoprotein synthesis and upregulation of bile acid synthesis in the liver may be the fundamental underlying mechanisms by which CPPs exert their hypocholesterolemic effects. CPP intake may help prevent and manage hypercholesterolemia in humans, and further investigations along these lines using a variety of CPP dose rates are warranted.

 

LA DIETA SUPERSALUTE: BASTA DIGIUNI. SENTIRSI IN FORMA MANGIANDO BENE È POSSIBILE

Un articolo sul portale http://www.medicinaoltre.com pubblicato in data 29 giugno 2016 parla di noi!

Arriva l’estate e porta con sé la solita valigia colma di diete: last minute, fai da te, spesso dannose a spirito e salute. Eppure una dieta migliore esiste, ed è quella che si può seguire tutta la vita, senza terrorismi, senza privazioni e soprattutto consapevolmente. Basta imparare a mangiare, con piacere. Questo insegna Massimo Gualerzi, cardiologo esperto in prevenzione cardiometabolica, nel suo “La dieta SuperSalute” (Sperling & Kupfer, 2016, pp.240, 17 euro), un libro che in nove capitoli racconta, con numerosi esempi e test, il metodo SuperSalute. Un approccio dietologico moderno e personalizzato, perché non siamo tutti uguali: c’è chi tende ad ingrassare nella parte inferiore del corpo, il morfotipo “a pera”, c’è chi ha gambe magre e morfotipo “a mela”, e per ognuno il regime alimentare dev’essere calibrato. Secondo Gualerzi, la “dieta giusta” esiste: consente di trarre energia e dormire meglio, di prevenire le malattie e le infiammazioni e di rallentare l’invecchiamento, in poche settimane, scegliendo cibi divertenti e gustosi.

Quattro i pilastri su cui si basa la dieta SuperSalute: prima di tutto la cronobiologia, ossia la scelta degli alimenti giusti al momento giusto seguendo le stagioni dell’orto ma anche l’orologio del corpo; poi la fase biodetox, ovvero una tre giorni preparatoria per purificarsi, sostituendo, ad esempio, il sale con le spezie; di conseguenza una lista di alleati da preferire a tavola, dalla frutta secca ai cereali integrali; infine, ultima ma non ultima per importanza, la consapevolezza, ingrediente indispensabile per cambiare stile di vita. Perché, come scrive Gualerzi, “l’accumulo di grassi non è solo antiestetico, ma soprattutto conseguenza di uno stile di vita sbagliato, un avvertimento del nostro corpo”. Tornare a conoscersi, quindi, ma anche “cominciare a scegliere di mangiare in maniera più appropriata ed evitare che sia il cibo a scegliere noi”, per abitudine, per la troppa fretta o ancor peggio per seguire diete massacranti e inutili.
Nel libro, le ricette della naturopata ed esperta di cucina naturale Silvia Strozzi aiutano ad arricchire con gusto la propria tavola. Per riuscire a farcela, cambiare vita e, soprattutto, fare il pieno di energia e salute. Anzi, di Supersalute.
Massimo Gualerzi è cardiologo, esperto in prevenzione e riabilitazione delle malattie cardiovascolari. È stato per quindici anni dirigente medico nell’Unità di prevenzione e riabilitazione cardiovascolare della Fondazione Don Gnocchi all’Università di Parma. Attualmente è direttore delle terme di Salsomaggiore e di Tabiano. È autore e coautore di diverse pubblicazioni scientifiche internazionali e tiene corsi in tutta Italia sui temi del benessere e della SuperSalute, seguiti ogni anno da migliaia di medici. A Parma ha fondato una palestra medica unica nel suo genere e molto frequentata. Per Sperling & Kupfer ha già pubblicato con Claudio Rinaldi il libro “SuperSalute”.
Titolo: La dieta super salute
Autore: Massimo Gualerzi
Editore: Serling & Kupfer
Pagine: 228
Prezzo: 17,00 euro