IPERTENSIONE DA CAMICE BIANCO:Qual’è il vero valore della pressione?

Lo stato ansioso può giocare un brutto scherzo quando il paziente si sottopone a controlli per la pressione arteriosa. È, infatti, ben noto che quando a misurare la pressione è un medico i valori rilevati sono mediamente più alti. Il fenomeno è stato definito come “ipertensione da camice bianco”. Che il medico indossi o no il camice bianco, l’ansia per il responso si traduce in stimoli nervosi che partendo dal cervello e percorrendo le vie del sistema simpatico, inducono la produzione di ormoni, l’adrenalina e la noradrenalina, che immessi in circolazione hanno come effetto immediato un aumento della pressione arteriosa e della frequenza cardiaca.

Studi in soggetti ospedalizzati, sia normotesi sia ipertesi, hanno osservato con tecniche di monitorizzazione della pressione che l’arrivo del medico comporta entro 1-4 minuti un aumento della pressione che mediamente è di 26 mmHg per la massima e di 15 mmHg per la minima. Tali valori rientrano nella norma dopo 10 min. E’ questa la conferma sperimentale della opportunità che la pressione venga misurata una seconda volta dopo 10 min. quando, nel corso della prima, essa sia risultata elevata.

Quale allora è il vero valore della pressione? Quello misurato dal medico o quello rilevato in condizioni di maggior tranquillità magari a casa propria? La risposta è che sono veri entrambi purché correttamente interpretati nel loro giusto valore. La diagnosi d’ipertensione non deve essere fatta sulla base di una unica misurazione effettuata dal medico nel proprio studio ma di misurazioni successive. Solo se dopo qualche settimana di prescrizioni igienico dietetiche riscontreremo valori leggermente elevati, si intraprenderà una terapia farmacologia. Alla luce di questi fatti si è sempre pensato che l’innalzamento della pressione del sangue in occasione della visita medica non rappresenti una malattia bensì una innocua reazione emotiva di soggetti particolarmente sensibili e neuro labili. Tuttavia da più parti viene messa in discussione la piena benignità di questa forma. In particolare con l’ecocardiogramma si è visto che nell’ipertensione da camice bianco vi è uno spessore del setto interventricolare e della parete posteriore del ventricolo sinistro, superiore a quello dei soggetti che hanno una pressione normale e a quella degli ipertesi lievi. In altre parole l’elevata emotività di questi soggetti produrrebbe un aumento delle resistenze al flusso sanguigno che alla fine indurrebbe una malattia di cuore che vediamo nei soggetti con la comune ipertensione essenziale.

Un gruppo di ricercatori della Georgia ha condotto una ricerca, mai effettuata prima, per indagare se il timore del camice bianco esercitasse il suo effetto anche in età infantile. E’ stato studiato un gruppo di bambini e ragazzi di età compresa fra i cinque e i quindici anni. In comune questi ragazzi avevano la famigliarità positiva per ipertensione poiché era iperteso almeno uno dei genitori. Tutti i soggetti sono stati sottoposti a misurazione della pressione arteriosa da parte del medico curante e successivamente controllati mediante un Holter PA che come è note monitorizza ambulatoriamente la pressione per 24 ore. Dal confronto dei dati ottenuti con i due sistemi, risulta che il fenomeno da “camice bianco” è rilevabile anche nei bambini e nei ragazzi con una famigliarità per ipertensione. Il fatto è di per sé da considerarsi un indicatore di probabile sviluppo futuro d’ipertensione.

Dallo studio è emerso anche che nei ragazzi con “sindrome da medico” i valori pressori erano più elevati nelle ore trascorse a casa che nelle ore scolastiche. Esiste quindi in questi bambini già predisposti a essere ipertesi una risposta eccessiva del sistema vascolare a stimoli esterni che si manifestano nell’ambiente domestico. Creiamo pertanto intorno ai nostri figli un clima famigliare sereno se non vogliamo che proprio nell’infanzia si pongano le basi per una pericolosa predisposizione all’ipertensione arteriosa. Comunque sia va chiarito che l’ipertensione non è una malattia del sistema nervoso causata da tensioni emotive. La pressione alta è una patologia cardiovascolare e non nervosa sebbene l’ansia possa talvolta predisporre alla malattia. Altresì non è assolutamente vero che la pressione elevata nel sangue non sia preoccupante fintanto che non causa disturbi. In genere è asintomatica per anni ma danneggia progressivamente gli organi “bersaglio” ossia il cuore, i reni, il cervello per cui deve essere curata prima che compaiano i sintomi. I disturbi saranno la conseguenza del danno che si è instaurato in questi organi nel tempo e se la terapia viene iniziata tardivamente i benefici saranno limitati perché le alterazioni prodotte sono reversibili solo in piccola parte.

Dott. Massimo Gualerzi

Medico specialista in Cardiologia

 

Annunci

L’INFIAMMAZIONE KILLER

Il Diabete, le malattie cardiovascolari e il tumore hanno un denominatore comune: l’infiammazione cronica. E’ un fuoco nemico che, pur se invisibile ad occhio nudo, ha un ruolo determinante nello sviluppo di queste patologie. Tanto che anche dalla biologia molecolare arriva un monito per fare attività fisica regolaremangiare sano ed evitare di «mettere su pancia».

L’accumulo di grasso, infatti, soprattutto a livello del giro vita (oltre 94-95 cm nell’uomo e 80-82 cm nella donna) scatena un’infiammazione cronica di basso grado che attiva una serie di processi che conducono al diabete e alle malattie cardiovascolari. Ma anche al tumore. Un ruolo chiave nello sviluppo del diabete di tipo 2 è svolto da «Rankl», una proteina pro-infiammatoria in grado di attivare il fattore di trascrizione NF-kB, uno dei principali attori dell’infiammazione stessa.

E’ la scoperta, giunta a coronamento di un ventennio di studi, presentata da Stefan Kiechl, neurologo di Innsbruck, in Austria, nell’ambito delle «lectures» organizzate dalla Fondazione Sigma-Tau, prima a Roma e poi a Milano, con il patrocinio della Sid, la Società italiana di diabetologia. L’infiammazione alla quale si riferisce Kiechl è molto più subdola di quelle acute e più evidenti, come una flebite oppure una scottatura presa al sole. «E’ un fenomeno occulto – spiega Enzo Bonora, ordinario di Endocrinologia all’Università di Verona e presidente della Sid – ed è per questo motivo ancora più dannoso. Si instaura lentamente e continua per decenni, anche per tutta la vita. Scatenata dall’iperglicemia, ma anche da un eccesso di grassi circolanti nel sangue, l’infiammazione cronica, infatti, danneggia tessuti, organi e apparati, sia nella loro struttura anatomica sia nelle funzioni fisiologiche. Ha insomma – aggiunge – effetti sistemici sull’intero organismo».

A livello dei vasi, per esempio, modifica la loro struttura, ma anche la capacità di produrre sostanze vaso-dilatanti e anti-trombotiche, favorendo così lo sviluppo e la successiva rottura di placche aterosclerotiche, così come la formazione di trombi sulle placche che portano a infarto e ictus. Sul versante metabolico, poi, l’infiammazione può determinare un’alterata secrezione di insulina e può anche ridurre l’effetto biologico dell’ormone. In pratica questa infiammazione rappresenta l’anello di congiunzione tra il diabete e le malattie cardiovascolari.

E tra i protagonisti assoluti di questo processo c’è l’NFkB, un fattore di trascrizione che regola l’espressione di molti geni (stimolandone alcuni e silenziandone altri) e che svolge la sua azione in una sorta di «stanza dei bottoni», posta al crocevia di vie metaboliche di importanza fondamentale non soltanto per i processi che conducono all’aterosclerosi, ma anche alla crescita tumorale. Al momento nella pratica clinica non è possibile «misurare» l’NFkB, ma è possibile dosare nel sangue i livelli di «Rankl», una proteina che, legandosi al suo recettore («Rank»), va ad attivare proprio l’NFkB, il quale, a sua volta, determina e poi mantiene questa infiammazione cronica. Lo studio condotto da Kiechl – in collaborazione con le Università di Verona, Roma, Erlangen, Cambridge e Boston – ha messo in particolare evidenza questo specifico aspetto. Il prossimo passo consisterà nel verificare se l’inibizione della proteina «Rankl» sia realmente in grado di proteggere dal diabete e dalle malattie cardiovascolari.

Il trattamento antinfiammatorio  è di fatto già una realtà, perché molti dei farmaci comunemente in uso per il diabete e per la prevenzione delle malattie cardiovascolari hanno proprietà antinfiammatorie. La sfida da affrontare nei prossimi anni, però, è quella di ideare possibili interventi antinfiammatori specifici.  Alcune soluzioni promettenti, parte delle quali sono oggetto di studi già in corso, sono, per esempio, il salsalato (un vecchio farmaco contro l’artrite) oppure i farmaci anti-«Rankl» e anti-«Ikk». Ci sono poi il metotrexato (che è un immunosoppressore) e gli inibitori di Lp-Pla2, oltre a una serie di interventi mirati a ridurre i depositi di ferro nel corpo e a modificare il microbioma intestinale, vale a dire la flora batterica che è caratteristica di ogni individuo. Combattere l’infiammazione può migliorare il controllo del glucosio, ma anche contrastare le complicanze vascolari del diabete e, forse, anche le altre sue conseguenze, favorite da un ambiente pro-infiammatorio.

Esiste ormai un filone di ricerca specifico, che vede impegnati sia scienziati europei sia americani, che sta cominciando a fare luce sui meccanismi molecolari e apre la strada verso una possibile terapia mirata. Allo studio ci sono farmaci giudicati promettenti, ma le nuove terapie anti-infiammatorie dovrebbero anche agire sui principali fattori di stress che scatenano l’attivazione immunitaria e l’infiammazione: l’inattività fisica, il sovrappeso e la dieta (e cresce l’attenzione per le potenzialità legate alla modificazione del microbioma intestinale).

Ovviamente lo stile di vita salutare resta lo scudo più efficace. Visto che i tradizionali programmi di intervento sugli stessi stili di vita hanno riportato successi variabili ora l’attenzione si concentra via via su nuovi concetti a vasto raggio. E questi coinvolgono strategie per creare una maggiore consapevolezza dell’opinione pubblica. E i social network sono sempre più al centro di tutto.

Dott. Massimo Gualerzi, Cardiologo.

 

CIBO SPORT E CANCRO

Il Fondo Mondiale per la Ricerca sul Cancro (WCRF), la cui missione è di promuovere la prevenzione primaria dei tumori attraverso la ricerca e la divulgazione della conoscenza sulle loro cause, ha concluso un’opera ciclopica di revisione di tutti gli studi scientifici sul rapporto fra alimentazione e tumori.

Vi hanno contribuito oltre 150 ricercatori, epidemiologi e biologi, di circa cinquanta centri di ricerca fra i più prestigiosi del mondo. L’Istituto Nazionale dei Tumori ha gestito la sezione sui tumori della mammella, dell’ovaio e della cervice uterine. Il volume, disponibile su www.dietandcancerreport.org, è molto prudente nelle conclusioni, che riassumono in 10 raccomandazioni solo i risultati più solidi della ricerca scientifica.

Di tutti i fattori che si sono dimostrati associati ad un maggior rischio di cancro, quello più solidamente dimostrato è il sovrappeso: le persone grasse si ammalano di più di tumori della mammella, dell’endometrio, del rene, dell’esofago, dell’intestino, del pancreas, e della cistifellea. Di qui la prima raccomandazione di mantenersi snelli per tutta la vita e di evitare i cibi ad alta densità calorica, cioè i cibi ricchi di grassi e di zuccheri, che più di ogni altro favoriscono l’obesità: in primo luogo quelli proposti nei fast food e le bevande zuccherate.

La vita sedentaria è un’altra causa importante di obesità, ma è una causa di cancro anche indipendentemente dall’obesità: gli studi epidemiologici hanno evidenziato che le persone sedentarie si ammalano di più di cancro dell’intestino, della mammella, dell’endometrio, e forse anche del pancreas e del polmone.

Altri fattori che un gran numero di studi coerentemente indicano come cause importanti di cancro includono: il consumo di bevande alcoliche, associato ai tumori del cavo orale, della faringe, della laringe, dell’intestino, del fegato e della mammella; il consumo di carni rosse, soprattutto di carni conservate, associato soprattutto al cancro dell’intestino, ma probabilmente anche ai tumori dello stomaco, e sospettato per i tumori dell’esofago, del pancreas, del polmone e della prostata; il consumo elevato di sale e di cibi conservati sotto sale, associati al cancro dello stomaco; il consumo elevato di calcio, probabilmente associato al cancro della prostata; il consumo di cereali e legumi contaminati da muffe cancerogene, responsabili del cancro del fegato; la contaminazione con arsenico dell’acqua da bere, responsabile di tumori del polmone e della pelle; il consumo di supplementi contenenti beta-carotene ad alte dosi, che fanno aumentare l’incidenza di cancro del polmone nei fumatori.

Sul latte e i latticini e, in generale, sui grassi animali gli studi sono molto contrastanti e non conclusivi: il consumo di latte sembrerebbe ridurre i tumori dell’intestino, che sarebbero però aumentati dal consumo di formaggi, e un consumo elevato di grassi aumenterebbe sia i tumori del polmone che i tumori della mammella; si tratta di aumenti di rischio modesti ma, data l’elevata frequenza di questi tumori, tutt’altro che trascurabili.

Un ulteriore fattore importante considerato nel volume è l’allattamento, che riduce il rischio di cancro della mammella, e forse dell’ovaio, per la donna che allatta, e riduce il rischio di obesità in età adulta per il bambino che viene allattato.

Ma veniamo alle raccomandazioni:

1) Mantenersi snelli per tutta la vita. Per conoscere se il proprio peso è in un intervallo accettabile è utile calcolare l’Indice di massa corporea (BMI = peso in Kg diviso per l’altezza in metri elevata al quadrato: ad esempio una persona che pesa 70 kg ed è alta 1,74 ha un BMI = 70 / (1,74 x 1,74) = 23,1.), che dovrebbe rimanere verso il basso dell’intervallo considerato normale (fra 18,5 e 24,9 secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità).

2) Mantenersi fisicamente attivi tutti i giorni. In pratica è sufficiente un impegno fisico pari a una camminata veloce per almeno mezz’ora al giorno; man mano che ci si sentirà più in forma, però, sarà utile prolungare l’esercizio fisico fino ad un’ora o praticare uno sport o un lavoro più impegnativo. L’uso dell’auto per gli spostamenti e il tempo passato a guardare la televisione sono i principali fattori che favoriscono la sedentarietà nelle popolazioni urbane.

3) Limitare il consumo di alimenti ad alta densità calorica ed evitare il consumo di bevande zuccherate. Sono generalmente ad alta densità calorica i cibi industrialmente raffinati, precotti e preconfezionati, che contengono elevate quantità di zucchero e grassi, quali i cibi comunemente serviti nei fast food. Si noti la differenza fra “limitare” ed “evitare”. Se occasionalmente si può mangiare un cibo molto grasso o zuccherato, ma mai quotidianamente, l’uso di bevande gassate e zuccherate è invece da evitare, anche perché forniscono abbondanti calorie senza aumentare il senso di sazietà.

4) Basare la propria alimentazione prevalentemente su cibi di provenienza vegetale, con cereali non industrialmente raffinati e legumi in ogni pasto e un’ampia varietà di verdure non amidacee e di frutta. Sommando verdure e frutta sono raccomandate almeno cinque porzioni al giorno (per circa 600g); si noti fra le verdure non devono essere contate le patate.

5) Limitare il consumo di carni rosse ed evitare il consumo di carni conservate. Le carni rosse comprendono le carni ovine, suine e bovine, compreso il vitello. Non sono raccomandate, ma per chi è abituato a mangiarne si raccomanda di non superare i 500 grammi alla settimana. Si noti la differenza fra il termine di “limitare” (per le carni rosse) e di “evitare” (per le carni conservate, comprendenti ogni forma di carni in scatola, salumi, prosciutti, wurstel), per le quali non si può dire che vi sia un limite al di sotto del quale probabilmente non vi sia rischio.

6) Limitare il consumo di bevande alcoliche. Non sono raccomandate, ma per chi ne consuma si raccomanda di limitarsi ad una quantità pari ad un bicchiere di vino (da 120 ml) al giorno per le donne e due per gli uomini, solamente durante i pasti. La quantità di alcol contenuta in un bicchiere di vino è circa pari a quella contenuta in una lattina di birra e in un bicchierino di un distillato o di un liquore.

7) Limitare il consumo di sale (non più di 5 g al giorno) e di cibi conservati sotto sale. Evitare cibi contaminati da muffe (in particolare cereali e legumi). Assicurarsi quindi del buon stato di conservazione dei cereali e dei legumi che si acquistano, ed evitare di conservarli in ambienti caldi ed umidi.

8) Assicurarsi un apporto sufficiente di tutti i nutrienti essenziali attraverso il cibo. Di qui l’importanza della varietà. L’assunzione di supplementi alimentari (vitamine o minerali) per la prevenzione del cancro è invece sconsigliata.

9)  Allattare i bambini al seno per almeno sei mesi.

10)  Nei limiti dei pochi studi disponibili sulla prevenzione delle recidive, le

raccomandazioni per la prevenzione alimentare del cancro valgono anche per chi si è già ammalato.

COMUNQUE NON FARE USO DI TABACCO

Dott. Massimo Gualerzi

Medico specilista in Cardiologia

CAFFE’: PROPRIETA’ ED EFFETTI

Del caffè e dei suoi effetti sull’organismo se ne sono sentite davvero di tutti i colori. C’è chi sostiene che la bevanda sia nemica del cuore e chi, al contrario, afferma che addirittura sia benefica in tal senso, aiutando a tenere sotto controllo le aritmie cardiache. Numerosi sono comunque stati, negli ultimi anni, gli studi sulle proprietà e gli effetti del caffè.

Tra gli effetti del caffè più studiati ci sono le sue proprietà antidolorifiche, dato che la caffeina potenzia l’azione dei classici analgesici, soprattutto nel contrastare il mal di testa. Grazie inoltre alle sue proprietà antiossidanti, dovute alla presenza di polifenoli, il caffè svolge anche un’azione preventiva sulle malattie cardiovascolari sullo scompenso cardiaco, sull’ipertensione, sulla riduzione della colesterolemia e sulle infiammazioni, sfatando quindi il mito del caffè pericoloso per il cuore.

Bisogna però ricordarsi che, solo qual ora il caffè venga preparato  lasciando la polvere in infusione nell’acqua (caffè americano) e assunto ad alte dosi, il passaggio nella soluzione di alcuni composti lipidici chiamati diterpeni può alzare i livelli di colesterolo nel sangue. Tuttavia, la tradizionale preparazione “all’italiana” del caffè – che non lascia in infusione la polvere nell’acqua ma ne estrae le essenze aromatiche – fa sì che i componenti dannosi non passano nella bevanda. In questo senso, è inutile chiedere il decaffeinato, dato che il processo per eliminare la caffeina lascia inalterati i diterpeni.

Gli effetti negativi del caffè su cuore e coronarie non sono mai state dimostrate su studi di popolazione, ma solo su alcuni gruppi di individui particolarmente sensibili alla caffeina, per i quali si evidenziano, oltre le 7-8 tazzine al giorno azione prevalentemente gastriche (acidità) o cronotrope (tachicardia). Ma bisogna ricordare appunto che, nella popolazione generale esista la dimostrazione di come l’assunzione del caffè sia addirittura inversamente correlato al rischio di sviluppare insufficienza cardiaca, ipertensione e dislipidemia  con grande beneficio dalle 4 tazzine in su!

Le persone che soffrono di acidità gastrica dovrebbero invece preferire il decaffeinato, anche se in questo caso sarebbe meglio eliminare dalla dieta tutte le bevande che contengono caffeina (come ad esempio la cola ma anche il tè), nonché diminuire il volume dei pasti e ridurre la quantità di bevande gassate e alcoliche.

Al contrario, le persone che fanno fatica a digerire troveranno giovamento dal classico caffè di fine pasto: stimola la produzione della bile e losvuotamento della cistifellea, e addirittura sembra possedere un effetto preventivo sulle malattie del fegato.

Chi soffre di mal di pancia o di stitichezza farebbe comunque bene ad evitare il caffè, considerati i suoi effetti negativi sull’intestino, tali da farcontrarre la muscolatura intestinale e da facilitare la perdita di liquidi tramite un’azione diuretica. Ragion per cui il caffè vanta anche un effetto lipolitico, cioè favorisce il dimagrimento: la caffeina stimola l’utilizzo dei grassi a scopo energetico e la termogenesi, aumentando la quantità di calorie  bruciate.

Il caffè ha effetti anche sul sistema nervoso. In particolare, le sue proprietà stimolanti lo rendono adatto nel dare una carica di energia e una rapida sveglia quando si desidera essere subito efficienti dopo una pausa. Effetti positivi del caffè si riscontrano anche sull’attenzione e sulla memoria, anche se in alcuni casi può provocare crisi d’ansia o palpitazioni intense. Chi è predisposto all’insonnia, invece, farebbe meglio a bere il decaffeinato.

Tornando agli effetti positivi, altri studi hanno invece confermato che il caffè svolge anche un’azione protettiva verso le malattie degenerative del sistema nervoso, come l’alzheimer e il parkinson.

In definitiva, si può affermare con sicurezza quello che molti amanti del caffè sospettano già da tempo: il caffè aiuta la salute del cuore e del sistema cardiovascolare. Può avere effetti invece controversi sullo stomaco e sul tubo digerente essendo utile per la digestione ma potenzialmente irritante la mucosa gastrica per chi soffre di gastrite. Infine sul sistema nervoso può, in dosi appropriate, stimolare l’apprendimento e la memoria contribuendo alla protezione delle malattie degenerative del sistema nervoso centrale, mentre una quantità maggiore può, soprattutto a chi è sensibile, indurre ansia e agitazione.

Di seguito alcuni Abstract di articoli sullo studio degli effetti del caffè.
J Am Coll Cardiol. 2013 Sep 17;62(12):1043-51.
Effects of habitual coffee consumption on cardiometabolic disease, cardiovascular health, and all-cause mortality.
O’Keefe JHBhatti SKPatil HRDiNicolantonio JJLucan SCLavie CJ.
Source
Mid America Heart Institute at Saint Luke’s Hospital of Kansas City and University of Missouri-Kansas City, Kansas City, Missouri. Electronic address:jokeefe@saint-lukes.org.
Abstract
Coffee, after water, is the most widely consumed beverage in the United States, and is the principal source of caffeine intake among adults. The biological effects of coffee may be substantial and are not limited to the actions of caffeine. Coffee is a complex beverage containing hundreds of biologically active compounds, and the health effects of chronic coffee intake are wide ranging. From a cardiovascular (CV) standpoint, coffee consumption may reduce the risk of type 2 diabetes mellitus and hypertension, as well as other conditions associated with CV risk such as obesity and depression; but it may adversely affect lipid profiles depending on how the beverage is prepared. Regardless, a growing body of data suggests that habitual coffee consumption is neutral to beneficial regarding the risks of a variety of adverse CV outcomes including coronary heart disease, congestive heart failure, arrhythmias, and stroke. Moreover, large epidemiological studies suggest that regular coffee drinkers have reduced risks of mortality, both CV and all-cause. The potential benefits also include protection against neurodegenerative diseases, improved asthma control, and lower risk of select gastrointestinal diseases. A daily intake of ∼2 to 3 cups of coffee appears to be safe and is associated with neutral to beneficial effects for most of the studied health outcomes. However, most of the data on coffee’s health effects are based on observational data, with very few randomized, controlled studies, and association does not prove causation. Additionally, the possible advantages of regular coffee consumption have to be weighed against potential risks (which are mostly related to its high caffeine content) including anxiety, insomnia, tremulousness, and palpitations, as well as bone loss and possibly increased risk of fractures.
Copyright © 2013 American College of Cardiology Foundation. Published by Elsevier Inc. All rights reserved
Circ Heart Fail. 2012 Jul 1;5(4):401-5. doi: 10.1161/CIRCHEARTFAILURE.112.967299. Epub 2012 Jun 26.
Habitual coffee consumption and risk of heart failure: a dose-response meta-analysis.
Mostofsky ERice MSLevitan EBMittleman MA.
Source
Cardiovascular Epidemiology Research Unit, Department of Medicine, Beth Israel Deaconess Medical Center, Harvard Medical School, Boston, MA 02215, USA.
Abstract
BACKGROUND:
There have been discrepant findings on the association between coffee consumption and risk of incident heart failure.
METHODS AND RESULTS:
We conducted a systematic review and a dose-response meta-analysis of prospective studies that assessed the relationship between habitual coffee consumption and the risk of heart failure. We searched electronic databases (MEDLINE, Embase, and CINAHL) from January 1966 through December 2011, with the use of a standardized protocol. Eligible studies were prospective cohort studies that examined the association of coffee consumption with incident heart failure. Five independent prospective studies of coffee consumption and heart failure risk, including 6522 heart failure events and 140 220 participants, were included in the meta-analysis. We observed a statistically significant J-shaped relationship between coffee and heart failure. Compared with no consumption, the strongest inverse association was seen for 4 servings/day and a potentially higher risk at higher levels of consumption. There was no evidence that the relationship between coffee and heart failure risk varied by sex or by baseline history of myocardial infarction or diabetes.
CONCLUSIONS:
Moderate coffee consumption is inversely associated with risk of heart failure, with the largest inverse association observed for consumption of 4 servings per day.
Comment in
Letter by Palatini regarding article, “Habitual coffee consumption and risk of heart failure: a dose-response meta-analysis”. [Circ Heart Fail. 2012

Pol Merkur Lekarski. 2013 Sep;35(207):133-5.
[The effect of coffee on blood pressure at healthy subjects].
[Article in Polish]
Bielesz KStrzelczyk WPoniewaz MSokołowski FWelsyng DRucińska MNawrocki S.
Source
Students’ Group in association with Department of Oncology, Medical University of Warmia and Mazury in Olsztyn, Poland.
Abstract
Coffee is one of the most popular beverages. Its stimulatory effects comes from the natural alkaloid- caffeine. Caffeine is the antagonist of the adenosine receptors A1 and A2. Caffeine acts chronotropic positive and increases heart action; inotropic positive and increases cardiac contraction; tronotropic positive and increases hearts muscular ton, brain’s vascular stenosis, vasodilatation of coronal vessels, renal vessels, muscular vessels and skin vessels. The aim of the study was determination of coffee effect on blood pressure in healthy subjects.
MATERIAL AND METHODS:
17 healthy subjects (age 22-44 years; median 22 years) was included. There were two experiments. Experiment 1: examined persons drank instant coffee with or without caffeine. Experiment 2: examined persons drank natural coffee with or without caffeine. The blood pressure and pulse were examined before coffee drinking and 15 and 30 minutes after (in experiment 1) and only 30 minutes after (in experiment 2).
RESULTS:
The blood pressure was increased on 10 mmHg or more in 9-40% of examined subjects in all groups, but there were no significant difference between groups. The pulse increased (10 or more per minute) was observed only in one person and decrease was observed in three who drank natural coffee with caffeine.
CONCLUSIONS:
In healthy subjects the blood pressure does not increased significantly after caffeine consumption. The consumption of caffeine in large doses may be harmful to some hypertensive or hypertension-prone subjects.
Caffeine does not increase the risk of atrial fibrillation: a systematic review and meta-analysis of observational studies.
Caldeira DMartins CAlves LBPereira HFerreira JJCosta J.
Source
Laboratory of Clinical Pharmacology and Therapeutics, Faculty of Medicine, University of Lisbon, Lisboa, Portugal. dgcaldeira@hotmail.com

Abstract
BACKGROUND:
Atrial fibrillation (AF) is the most prevalent sustained arrhythmia, and risk factors are well established. Caffeine exposure has been associated with increased risk of AF, but heterogeneous data exist in the literature.
OBJECTIVE:
To evaluate the association between chronic exposure to caffeine and AF.
DESIGN:
Systematic review and meta-analysis of observational studies.
DATA SOURCES:
PubMed, CENTRAL, ISI Web of Knowledge and LILACS to December 2012. Reviews and references of retrieved articles were comprehensively searched.
STUDY SELECTION:
Two reviewers independently searched for studies and retrieved their characteristics and data estimates.
DATA SYNTHESIS:
Random-effects meta-analysis was performed, and pooled estimates were expressed as OR and 95% CI. Heterogeneity was assessed with the I(2) test. Subgroup analyses were conducted according to caffeine dose and source (coffee).
RESULTS:
Seven observational studies evaluating 115 993 individuals were included: six cohorts and one case-control study. Caffeine exposure was not associated with an increased risk of AF (OR 0.92, 95% CI 0.82 to 1.04, I(2)=72%). Pooled results from high-quality studies showed a 13% odds reduction in AF risk with lower heterogeneity (OR 0.87; 95% CI 0.80 to 0.94; I(2)=39%). Low-dose caffeine exposure showed OR 0.85 (95% CI 0.78 to 92, I(2)=0%) without significant differences in other dosage strata. Caffeine exposure based solely on coffee consumption also did not influence AF risk.
CONCLUSIONS:
Caffeine exposure is not associated with increased AF risk. Low-dose caffeine may have a protective effect.
Nutr Metab (Lond). 2013 Oct 3;10(1):61. doi: 10.1186/1743-7075-10-61.
Coffee polyphenols exert hypocholesterolemic effects in zebrafish fed a high-cholesterol diet.
Meguro SHasumura THase T.
Abstract
BACKGROUND:
Hypercholesterolemia is an important risk factor for the development of coronary artery disease. Some dietary polyphenols, such as coffee polyphenols (CPPs), reduce cholesterol levels. The mechanism of this cholesterol-lowering effect is not fully understood, although 5-CQA, a major component of CPPs, reportedly inhibits cholesterol biosynthesis. Here, we investigated the mechanism of the cholesterol-lowering effect of CPPs on the basis of cholesterol metabolism-related gene expression in the liver. We also examined the effects of CPPs on vascular lipid accumulation in zebrafish with high cholesterol diet-induced hypercholesterolemia.
METHODS:
Over 14 weeks, adult zebrafish were fed a control diet, a high-cholesterol diet, or the latter diet supplemented with CPPs. To measure the extent of vascular lipid accumulation, for 10 days larval zebrafish (which are optically transparent) were fed these same diets with the addition of a fluorescent cholesteryl ester.
RESULTS:
In adult zebrafish, addition of CPPs to a high-cholesterol diet significantly suppressed the increase in plasma and liver cholesterol levels seen when fish ingested the same diet lacking CPPs. Transcription levels of the liver genes hmgcra (encoding 3-hydroxy-3-methylglutaryl-coenzyme A reductase A, a rate-limiting enzyme in cholesterol biosynthesis) and mtp (encoding microsomal triglyceride transfer protein, a lipid transfer protein required for assembly and secretion of lipoproteins) were significantly lower in fish fed the CPP-containing diet than in fish fed the unsupplemented high-cholesterol diet. In contrast, the expression level of the liver gene cyp7a1a (encoding the cytochrome P450 polypeptide 1a of subfamily A of family 7, a rate-limiting enzyme for bile acid biosynthesis) increased significantly upon consumption of the CPP-containing diet. In larval fish, accumulation of fluorescently labeled cholesterol in the caudal artery was greatly reduced on the CPP-containing diet.
CONCLUSIONS:
CPP ingestion suppressed cholesterol accumulation in the plasma, liver, and vascular system of zebrafish. Downregulation of cholesterol and lipoprotein synthesis and upregulation of bile acid synthesis in the liver may be the fundamental underlying mechanisms by which CPPs exert their hypocholesterolemic effects. CPP intake may help prevent and manage hypercholesterolemia in humans, and further investigations along these lines using a variety of CPP dose rates are warranted.