PILLOLE DI WELLNESS: LA FELICITA’ E’ UN VERBO

Esistono molti modi differenti di rapportarci al nostro benessere, così come esistono molte domande che possiamo porci riguardo alla nostra salute. “Come fanno le persone a vivere bene?” è una di queste. Il problema più grande generato dall’approccio del cercare e volere conquistare la “felicità” è che quest’ultimo coincide con ciò che in psicologia viene definito “nominalizzazione”: un processo che viene formulato linguisticamente come una “cosa” statica. Le nominalizzazioni (parole come amore, pace, autostima o ansia) inducono le persone a credere che esista davvero una “cosa” che esse possono raggiungere. Portando l’attenzione sul vivere felici come un processo piuttosto che come un fine ultimo da perseguire, il benessere diventa più facilmente raggiungibile. Ciò significa cercare di capire quali azioni, atteggiamenti soddisfano i vostri bisogni e vi aiutano a sentirvi completi e soddisfatti. Potete così cercare di capire quali attività o persone vi facciano sentire realizzati, parte di qualcosa, e chiedervi come renderla una presenza più regolare nella vostra vita. Non soltanto potrete dedicare più tempo a vivere nel momento presente (quando ciò è opportuno) e a rispondere alle sfide che si presentano via via; potrete anche imparare a guardare oltre il presente, evitando di fare scelte sbagliate o anticipando l’insorgere di certi problemi come lo stress. Stiamo parlando di rendere certe cose una presenza più regolare, e non una costante. Questo per il semplice motivo che uno stato di felicità continua e ininterrotta non sarebbe compatibile con il nostro sistema nervoso, anche se fossimo in grado di raggiungerlo. Il nostro sistema nervoso funziona infatti per contrasto: per dare un senso alla realtà , confronta pacchetti di informazioni e rileva le differenze. Sappiamo cos’è l’oscurità solamente perché abbiamo visto la luce; proviamo piacere soltanto perché comprendiamo il dolore. Non si intende con questo dare forza a vecchi clichés moralistici secondo i quali la sofferenza è il prezzo da pagare per il fatto di esistere. Piuttosto, Il dolore e la sofferenza sono il segnale che un qualche fondamentale bisogno non è stato soddisfatto. Come possiamo, perciò superare il paradosso secondo il quale ci vuole una qualche forma di stimolo contrario alle esperienze positive e piacevoli? Come si integra nella propria vita l’idea che i sintomi siano segnali che prima o poi finiranno inevitabilmente per arrivare? La risposta è duplice. In primo luogo, possiamo scegliere attivamente di vivere felici alzando la media delle nostre esperienze. Alla stregua di un musicista che trasponga una melodia in una tonalità più alta, nella nostra vita vi saranno ancora alti e bassi, ma i nuovi “bassi” saranno ben al di sopra dei vecchi “alti”. In secondo luogo, dobbiamo capire che i sintomi e i segnali che prima o poi colpiscono tutti (che si tratti di dolore, tristezza, delusione o qualche forma di malattia) sono parte di noi e non qualcosa che arriva per punirci o ferirci. Da un punto di vista evolutivo rappresentano stimoli all’azione e al benessere: se li ignoriamo lo facciamo a nostro rischio e pericolo. Questo atteggiamento può portare a conseguenze anche estreme, come quel dolore al petto che un uomo d’affari impegnato potrebbe continuare a sottovalutare, liquidandolo come un dolore di stomaco. Ecco dunque che riconoscendo i segnali per quello che sono è importante, così come è importante comprendere quali bisogni rimangono insoddisfatti e come si possa agire per soddisfarli adeguatamente. Diventare respons-abili (cioè capaci di rispondere) è il segreto che dona più felicità e salute. Riteniamo che sia vitale agire subito. Non soltanto le persone che perseguono il benessere psicofisico in modo appropriato sono più felici di chi non lo fa, ma rimangono in salute più a lungo. Sono le persone che hanno imparato a smettere di ostacolare il fluire che è la vita e ad assumersi, invece, la responsabilità di come rispondono all’alternarsi delle maree.

Dott.ssa Roberta Bianchi, Psicologa-Psicoterapeuta.