PERSONALITA’ E RISCHIO CARDIACO

Nonostante l’infinità di modi in cui lo stress può distruggere il nostro benessere non precipitiamo tutti in una palude di malattie.

Naturalmente non siamo tutti esposti agli stessi stress esterni, ma dati gli stessi stress, anche quelli più gravi, la risposta varia enormemente da individuo a individuo non solo per differenze fisiologiche ma anche per i diversi filtri psicologici attraverso cui percepiamo il mondo.

Le nostre vite sono piene di eventi dal significato ambiguo. Se siete il tipo di persona che abitualmente decidete che tutti quegli eventi ambigui significano qualcosa di stressante, allora aumenterà il rischio di contrarre malattie legate allo stress, incluse le malattie cardiache.

Il nostro atteggiamento nei confronti della vita, l’immagine che abbiamo di noi stessi, le nostre opinioni, valori e gli obiettivi che perseguiamo spesso ci spingono oltre il nostro livello ottimale di tensione e riducono la capacità di far fronte alle sfide quotidiane.

Spesso le persone che sviluppano una reazione di stress sono convinte che per vivere bene è importante evitare ogni fatica, essere apprezzati da tutti, avere sempre il controllo di se stessi, dimostrare di essere i migliori, evitare i conflitti, avere trascorso un’infanzia felice, assumere una posizione di comando.

Ovviamente si tratta di punti di vista irragionevoli e disfunzionali per il benessere psicologico: se per esempio una persona ritiene che sia fondamentale dimostrarsi sempre all’altezza della situazione, ogni volta che non riuscirà nell’intento, avrà sempre l’impressione di avere fallito, si sentirà incompetente e inadeguata.

Questa persona sta dimenticando un concetto forse scontato ma fondamentale: non siamo perfetti, siamo esseri umani e come tali passibili di errore.

Molti spesso “dimenticano” concetti fondamentali come questo, molti condivideranno uno o più punti di vista irrazionali sopra elencati, ma fortunatamente non si riconosceranno in tutti.

Quando questo accade, siete nei guai. Due famosi cardiologi, Rosenman e Fredman, sulla base di varie osservazioni, hanno proposto il concetto di “personalítà di tipo A“, come particolare complesso di tratti emozionali-cognitívi e comportamentali associati con frequenza statisticamente significativa alla malattia coronarica.

Le caratteristiche di personalità del tipo A riguardano sia alcuni tratti della personalità stessa che alcune caratteristiche costanti delle reazioni emozionali, cognitive e comportamentali nei confronti dell’ambiente, centrate principalmente sulla presenza di competitività in tutti gli aspetti della vita, aggressività, presenza di tensione, impazienza, insofferenza e intolleranza, senso di urgenza del tempo, necessità di esercitare un totale controllo sul proprio ambiente nelle varie situazioni, spinta all’acquisizione, elevato coinvolgimento nel proprio lavoro, preferenza per il lavoro da soli che in gruppo, scarsa capacità di rilassarsi. Le caratteristiche del tipo A sono state contrapposte alla “personalità di tipo B” (considerata invece come a basso rischio di malattia coronarica) alla quale appartengono individui tendenzialmente più sereni e rilassati, non per questo meno svegli e produttivi dei “tipi A”. Sono semplicemente caratterizzati da meno eccessi, minore tensione, e, invece, più pacatezza nell’adattamento alle esigenze dell’ambiente, sono persone che percepiscono i risultati del loro lavoro come appagamento ricevendone emozioni positive.

Gli studi sulla personalità di tipo A sono tuttavia contraddittori, invece risultano promettenti quelli su un’altra tipologia individuata a partire dagli anni 90: la “personalità di tipo D”. Ne fanno parte quegli individui che ci appaiono cronicamente “stressati”, pervasi costantemente da preoccupazione e insicurezza e da sentimenti di tensione, ansia, rabbia e tristezza.

In realtà non è tanto il fatto di provare emozioni negative ad essere dannoso per la nostra salute quanto il trattenere questi vissuti reprimendoli.

Oggi è oramai un dato acquisito che la repressione cronica delle proprie emozioni e le manifestazioni depressive sono potenti fattori psicogeni in grado di contribuire sia allo sviluppo di ostruzioni coronariche sia al loro aggravamento, fino allo scatenarsi di eventi ischemici acuti.

Sembra comunque che difficoltà nella regolazione emotiva, sia in eccesso che in difetto ma anche l’ambivalenza emotiva, possano influenzare negativamente la nostra salute.

L’obiettivo da raggiungere è allora l’equilibrio interiore, la padronanza di se, andando nella direzione della regolazione integrata delle proprie emozioni che implica l’esserne consapevoli  e regolare la loro espressione con un pieno senso di scelta.

Ma quali sono, vi chiederete, oltre alla regolazione emotiva, le variabili psicologiche che ci salvano?  La resilienza interna, ossia quella capacità di affrontare gli venti della vita senza lasciarsi da essi travolgersi sembra risiedere, nella maggior parte dei casi, in specifiche caratteristiche di personalità relativamente stabili che si sono rivelate estremamente efficaci in termini di protezione nei confronti del distress psicologico e della malattia cardiovascolare.

In alcuni casi si fa riferimento a stili cognitivi o ancora a variabili di atteggiamento che definiscono un orientamento più generale nei confronti della vita.

Oltre che di auto-regolazione, si parla ad esempio di ottimismo disposizionale, capacità di vivere la vita intensamente e affrontare i cambiamenti come sfida, capacità di autocontrollo, come fattori che agiscono proteggendo la nostra salute dagli effetti nocivi dello stress.

Un grande contributo nell’ambito dell’individuazione di tali fattori ambito è stato dato dagli studi effettuati sulle persone sopravvissute ad un’esperienza drammaticamente stressante come quella vissuta nei campi di concentramento nazisti.

Alcuni di questi soggetti erano, nonostante tutto riusciti a mantenere un buon livello di benessere psicologico. Quello che sembravano possedere rispetto a chi invece si ammalava era il cosiddetto “senso di coerenza”, cioè, un orientamento globale che esprime la misura in cui una persona ha un pervasivo, duraturo ma dinamico sentimento di fiducia nel fatto che gli stimoli provenienti dall’ambiente interno o esterno siano strutturati, prevedibili e spiegabili, che si abbiano a disposizione le risorse per fronteggiarli efficacemente e che le richieste dell’ambiente siano sfide ricche di impegno e coinvolgimento.

Ciò che rende il senso di coerenza particolarmente interessante è che, a differenza degli altri fattori citati non si tratta propriamente di un costrutto di personalità, quanto piuttosto di una sorta di lente o sguardo con cui l’individuo affronta gli eventi della vita traducendosi così in una variabile di atteggiamento, una risorsa quindi più flessibile e più suscettibile all’implementazione.

Penserete che questa è una buona notizia per chi desidera lavorare su di se, sulle proprie risorse per rafforzare quelle variabili psicologiche salutogeniche proteggendo la propria salute.

Sicuramente non è facile cambiare la vostra risposta allo stress, si tratta indubbiamente di un “discorso in parte già scritto”: abbiamo a che fare con  un comportamento in larga misura appreso nei primi anni di vita e con profonde strutture di personalità resistenti al cambiamento.

Ma fortunatamente avete una grande possibilità, quella di “riprendere il filo del discorso”, in un lavoro di ritessitura in cui potete dare  nuovo vigore alla fibra originale, potete scegliere le fibre più resistenti affinchè la tela possa resistere rimanendo integra alle sollecitazion della vita e, perché no, siete sempre in tempo a costruirne tele nuove.

Dott.ssa Roberta Bianchi

Psicologa Psicoterapeuta

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